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Silvia Romano, il problema è la violenza della superficialità

Silvia Romano, il problema e la violenza della superficialità

Quello che più mi colpisce è la superficialità. La superficialità con la quale scriviamo un commento. La superficialità con la quale pubblichiamo un post. Stiamo parlando di una ragazza che per due anni è stata lontana da casa. Partita come volontaria, è stata rapita ed è tornata convertita all’Islam (e finirà sotto scorta, praticamente la sceneggiatura di un film). Non sappiamo nulla di come Silvia Romano ha trascorso i suoi ultimi 730 giorni.

Non sappiamo cosa si nasconde dietro quel sorriso. Possiamo decidere di farcelo bastare. Oppure no. A prescindere, dovremmo essere in grado di comportarci con rispetto e responsabilità. Eppure, digitando qualche tasto sulle nostre tastiere, riusciamo ad esprimere raffiche di giudizi. È tutto semplice: c’è stato un rapimento e c’è stata una trattativa per riportare a casa la vittima (di solito è così che funziona). Giudichiamo il governo, l’opposizione, i giornalisti, tutti gli altri. Diventiamo esperti politici, diplomatici, negoziatori. In fondo dovremmo solo essere felici che Silvia Romano ha riabbracciato la sua famiglia. Dovremmo stare attenti nell’analizzare i suoi traumi, le sue vicissitudini.

Silvia Romano è stata sottomessa e torturata? È stata trattata bene e portata sulla retta via? Dovremmo pretendere delle risposte. Perché è stata rapita? Da chi? Dove ha vissuto? Con chi si è relazionata? È stato pagato un riscatto? A chi andranno i soldi? Per cosa servirannno? Se non c’è stato un riscatto cosa abbiamo dato in cambio? Come è stata gestita la situazione? Chi sono stati gli attori in campo e perché? Come mai è stata liberata in questo momento? Questioni da un punto di vista umano, religioso e politico alquanto delicate.

Invece, ci siamo ridotti a litigare su quanto sia giusto o meno pagare per salvare una vita (e non mi pare che lo Stato italiano sia stato negli anni cosi rigoroso nel far quadrare i conti, evitando gli sprechi, impedendo al debito pubblico di aumentare a dismisura). Ci facciamo trasportare nella melma. Ci facciamo imprigionare nel fango della speculazione. Nella gabbia della violenza verbale. Siamo nel mondo dove la comunicazione semplifica la realtà in gruppi contrapposti: o la pensi come me o sei mio nemico. O fai parte del gruppo dei vari: “Se l’è cercata”, “È uno spot per l’Islam radicale”, “Abbiamo finanziato i terroristi”, fino a sfociare nei beceri insulti razzisti e sessisiti. Oppure sei membro del gruppo dei cosiddetti ‘buonisti’.

Quelli che gli altri sono degli odiatori ignoranti. Mentre loro, esseri superiori e portatori di verità, non hanno dubbi e non si pongono domande (spesso i primi stanno all’estrema destra e i secondi all’estrema sinistra). L’equilibrio non esiste. Ci siamo abituati a non essere più partecipi di un dialogo, di un confronto. Ci facciamo bastare i botta e risposta sui social. Non esistono più i dibattiti, non esistono più sui giornali, in tv, persino in Parlamento. Le istituzioni hanno definitivamente abbandonato gli strumenti della vita civile e democratica. Anche loro hanno scelto di comunicare con i tweet per poi deliberare a colpi di esecutivo.

Non so se ne sapremo di più dell’intera vicenda e neanche quantificare il limite di cose che dovremmo sapere. Magari ci faremo passare la frenesia, chiuderemo gli occhi e una volta riaperti potremmo avere davanti a noi un quadro più chiaro. Nel frattempo un Ministro qualsiasi potrebbe riferire in Parlamento (lo so che toccherebbe a Di Maio, ma è li perché il suo partito ha preso molti voti. Prendetevela con voi stessi). Nel frattempo la Rai potrebbe fare uno speciale senza invitare urlatori o ‘Signor so tutto io’ (gli Sgarbi e gli Scanzi di turno per intenderci). Nel frattempo i giornali potrebbero narrare la vicenda evitando di esaltare gossip e fake news (avete presente gli articoli scritti nelle ultime settimane da Repubblica e Il Fatto sul tema giustizia? Ecco, l’esatto contrario).

Ad oggi, complice anche la crisi attuale (che ha solo aggravato uno status già forte e radicato), pare che abbiamo perso passivamente qualsiasi bussola logica e liberale. A partire dalla nostra Costituzione, baluardo di uno Stato di Diritto che ormai è andato a farsi fottere.

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Andrea Aversa

Giornalista pubblicista e curatore delle sezioni “Esteri” ed “Economia”