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Lungo petalo di mare, il nuovo libro di Isabelle Allende: sguardo ai migranti del passato per comprendere il presente

Lungo petalo di mare, il nuovo libro di Isabelle Allende: uno sguardo ai migranti del passato per comprendere il presente

Con “Lungo petalo di mareIsabelle Allende attraverso il racconto di un rifugiato in fuga dalla dittatura franchista prima e cilena dopo, affronta il tema attuale dei migranti, rivolgendo uno sguardo al passato, che come la stessa autrice ha spiegato, dovrebbe “Essere l’anticorpo a capire che qualsiasi cosa è meglio della dittatura“.
La scrittrice ha pubblicato il suo nuovo libro, edito dalla Feltrinelli, che preannuncia di essere un grande successo oltre che una storia di grande attualità. E Allende la racconta con la bravura e l’arguzia che contraddistinguono il suo genere letterario.

Il racconto affronta la fuga di 2000 spagnoli che riuscirono a scappare dalla repressione franchista e lo fa attraverso la storia di Victor Dalmau e sua moglie Roser, aiutati anche loro da Pablo Neruda, che riuscì a organizzare un viaggio fino a Valparaiso con un piroscafo, il Winnipeg, trasportando i migranti che cercavano una “terra felice”, lontano dai pericoli della dittatura. E Victor Bey è esistito realmente, era un medico amico personale del padre della scrittrice, Salvador Allende, con cui giocava a carte. E’ il racconto di un uomo che con sua moglie ha dovuto lasciare la Spagna e in seguito anche il Cile, quando Pinochet iniziò la caccia all’uomo.

Isabelle Allende, proprio ripercorrendo le “gesta” di Pablo Neruda, che riuscì a salvare tante persone, si domanda quale deve essere oggi il ruolo dell’intellettuale dinanzi alla storia che stiamo vivendo: “Quando hai una piattaforma pubblica e hai l’opportunità di intervenire per far prendere coscienza di un problema a chi non lo conosce, devi farlo, ma il lavoro dello scrittore non è far politica, bensì raccontare storie, e se queste storie incontrano la sensibilità del lettore, il messaggio arriva a destinazione“.

La scrittrice conosceva questa storia fin da quando era bambina, l’ha sempre voluta raccontare e adesso l’è sembrato il momento giusto per farlo. Forse per regalare un romanzo che serva, come lei stessa ha spiegato, da anticorpo a tutti quei giovani che la dittatura non l’hanno vissuta: “Non esiste anticorpo alla dittatura che non sia la memoria, oggi in Cile ci sono molti disordini e i militari sono in strada come avvenne 40 anni fa. Molti ricordano quei giorni ma i giovani no e non hanno gli anticorpi per sapere che qualsiasi cosa è preferibile alla dittatura“.

L’autrice racconta che anche lei, come figlia di un diplomatico, è stata una migrante ed è stata costretta a lasciare più volte casa sua. Oggi vive in America, si definisce “un’immigrata privilegiata” e con il lavoro della sua Fondazione si trova spesso a vedere in quale situazione sono costretti a vivere i migranti negli Stati Uniti. “Tutto ciò che accade alla frontiera tra Messico e Stati Uniti – dice – è una sistematica violazione dei diritti umani. Quando parliamo di rifugiati, pensiamo ai numeri, non diamo loro un volto, non pensiamo alle loro storie“. E commentando le scelte di Trump in materia di migrazione, dice: “La reazione della destra cilena all’arrivo del Winnipeg fu la stessa che ha Trump oggi, per questo bisogna guardare alla storia, per capire cosa è successo e cercare di non ripeterlo“.

Sveva Scalvenzi
Sveva Scalvenzi

Redattrice, giornalista pubblicista e curatrice delle sezioni “Cultura” e “Spettacolo”.