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E se lo smart working fosse per sempre? Il lato oscuro del lavoro da casa

Per tutto il lungo periodo di isolamento e distanziamento sociale, lo smart working è stato lo strumento fondamentale indicato dal Governo per contrastare e contenere la diffusione della pandemia da Covid-19. Rappresenta una forma flessibile di organizzazione del lavoro che riconosce ai lavoratori individuale autonomia. La Legge n. 81 del 2017 ne disciplina l’applicazione, precisandone, se ben fatto, l’incremento della produttività e miglioramento personale. Ma non è né ovvio, né facile. Seppur previste per giugno le riaperture degli uffici, molte aziende hanno deciso di prolungare il lavoro da casa, e le motivazioni non risiedono solo nella prevenzione sanitaria, ma anche e soprattutto nel risparmio con i tagli dei costi: basti pensare alla riduzione dei fitti dei locali, manutenzione e mantenimento degli stessi, buoni pasto, mense, trasferte, etc..

Già prima dell’inizio del tragico attuale momento storico mondiale, le indagini emerse dalla ricerca dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano stabilivano che più di una grande impresa su due (il 56% del campione) aveva avviato progetti strutturati di Smart Working, adottando modelli di lavoro capaci di introdurre flessibilità di luogo, orario e promuovendo la responsabilizzazione sui risultati. L’incremento di produttività è stimato al 15% per lavoratore, con una riduzione del tasso di assenteismo pari al 20%, risparmiando il 30% sui costi di gestione degli spazi fisici. Se da un lato il Coronavirus rappresenta l’occasione d’oro per le imprese riducendo i costi e aumentando la produttività soprattutto in un tale momento di profonda crisi inducendo la ripresa economica, dall’altro si potrebbe assistere ad una totale distruzione psicologica e fisica del lavoratore.

Il lavoro, come lo studio, non è solamente fonte di produzione ma regge i pilastri del benessere psicofisico che permette emancipazione, gratificazione e soprattutto appartenenza sociale. Il confronto reale con l’altro stimola empatia, attivando emozioni concrete che sviluppano maggiore apprendimento, potenziando le capacità cognitive e la motivazione. Inoltre il luogo fisico di lavoro rappresenta un “distanziamento” dalle difficoltà della vita privata, patologie depressive, disturbi alimentari e pensieri distruttivi di paure e angosce. Contrariamente l’isolamento sociale con mancanza di contatto vis-a-vis con i colleghi associato ad una vita privata e professionale nello stesso luogo/contesto senza possibilità di relazione, induce alla chiusura e solitudine. Così, se lo smart working permette di avere più tempo libero per Sé, e il Sé solo e abbandonato non sa cosa farsene di questo tempo libero: un uomo che non sta bene e non vive bene, non potrà mai lavorare bene.

Ricordiamo che le prospettive per un mondo sempre più digitale non riguardano solo chi già appartiene ad un gruppo sociale e che quindi ha ormai coltivato le sue amicizie costruendo reti relazionali soddisfacenti, ma anche ai nuovi nativi digitali, protagonisti di un palcoscenico tecnologico di social media dove se dovesse imporsi anche una didattica a distanza ed un successivo smart working il contatto con la realtà sarebbe estinto: le relazioni diventerebbero oniriche e la vita surreale. Spike Jonze, vincitore Oscar per la Miglior sceneggiatura originale del 2014, regista di “Lei” disponibile su Netflix, racconta in una Los Angeles del prossimo futuro, l’amore di uno scrittore solitario per “Samantha”, entità artificiale perspicace e sensibile. E’ forse questo il progetto per il futuro dei giovani prossimi adulti?

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Federica Nastri

Educatrice, Pedagogista, Mediatrice Familiare - Seguimi su Facebook