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Brexit, si teme per il ‘No Deal’: possibile un’apertura tra le parti

Un accordo “molto difficile”, appeso al filo del “buonsenso” e di quei passi necessari a sciogliere gli ultimi 3 spinosissimi nodi irrisolti su cui per ora le due parti stentano a venirsi incontro. Ue e Regno Uniti rimangono al momento “lontani” – in attesa dello showdown politico finale affidato domani sera al faccia a faccia di Bruxelles fra il premier Tory, Boris Johnson, e la presidente della Commissione, Ursula von der Leyen – dalla quadratura del cerchio di un trattato di libero scambio per il dopo Brexit: obiettivo residuo da agguantare per la coda per chiudere la partita di un divorzio comunque ‘hard’, ma almeno al riparo dai rischi di guerra commerciale e caos doganale d’un no deal vero e proprio.

Un obiettivo su cui le parti non sono pronte a scommettere in queste ore – fra divergenze autentiche e avvertimenti tattici incrociati – ma su cui si allunga se non altro finalmente qualche segnale positivo. In particolare grazie all’intesa parallela “di principio” con cui oggi il commissario europeo Maros Sefcovic e il ministro britannico Michael Gove, copresidenti di una commissione mista, hanno superato lo scoglio relativo ai futuri confini dell’Irlanda del Nord. Definendo alcune “soluzioni” interpretative condivise dell’accordo di recesso sottoscritto l’anno scorso tali da convincere il governo Johnson a ritirare le parti più controverse di due disegni di legge interni (in primis l’Internal Market Bill, riproposto giusto ieri sera dalla Camera dei Comuni in una versione integrale considerata inaccettabile dai 27) con cui Londra minacciava di rivendicare il potere di modificare unilateralmente i patti, in violazione del diritto internazionale, pur di blindare la sua sovranità sull’Ulster in caso di no deal commerciale. Una controversia aggiuntiva che aveva gettato ombre, agli occhi dell’Ue, sulla buona fede della compagine brexiteer; e alla cui soluzione ha contribuito verosimilmente la pressione del presidente eletto degli Usa, Joe Biden, di radici familiari irlandesi, che da tempo aveva messo in guardia l’alleato britannico dalle conseguenze di una mossa spericolata in grado potenzialmente di scatenare in futuro tensioni pure alla frontiera fra Irlanda del Nord e Repubblica d’Irlanda: dove l’assenza di barriere fisiche è tutelata dagli storici accordi di pace del Venerdì Santo 1998, di cui Washington è co-garante. Il passo in avanti su questo punto non è in ogni caso la svolta.

“Spero che crei uno slancio positivo”, ma “sull’accordo di libero scambio siamo ancora lontani”, si è limitato a dire al riguardo lo stesso Sefcovic. Un cautela ai limiti del pessimismo riecheggiata dalla trincea opposta da Boris Johnson, stando al quale il compromesso definitivo “sembra molto, molto difficile al momento”, anche se “la speranza è l’ultima a morire” e “il potere del buonsenso” può sempre prevalere. In un contesto nel quale il premier conservatore artefice della Brexit insiste d’altronde a ripetere di non voler cedere sui “principi della democrazia” e sulla ritrovata “sovranità” del suo Paese e a evocare un avvenire “prospero” anche in caso di no deal: malgrado le stime che (non bastasse lo tsunami Covid) indicano un contraccolpo di almeno il -7,6% in 15 anni sul Pil britannico in presenza d’una simile eventualità, ridotto al 4,9 con un accordo commerciale.

Redazione
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