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Auguri Diego, genio infinito di un calcio che non c’è più

Auguri Diego, genio infinito di un calcio che non c'è più

Premetto che sono napoletano e tifoso del Napoli. La caratteristica principale di questo articolo non sarà l’obiettività. Lo saranno la passione e l’affetto per un mito che ancora oggi è indispensabile per narrazione delle mia città. Sono nato nel 1986, del primo scudetto vinto dalla squadra azzurra ho in mente soltanto i racconti di mio padre. Eppure è come se in quegli anni ci fossi stato anche io. Come se fossi andato allo stadio, ogni domenica, ad ammirare un’orchestra del calcio guidata dal Maestro più grande di sempre: Diego Armando Maradona.

Oggi ‘El Pibe de Oro’ ha compiuto 60 anni. Chi avrebbe scommesso una vita così lunga per Maradona? Un uomo che nonostante sia sceso e risalito più volte dall’inferno, si trova sempre li, nel limbo…un purgatorio fatto di eccessi, alti e bassi che hanno caratterizzato tutta la sua vita. L’esistenza di Diego è stata straordinaria, nel bene e nel male.

È stato il più grande non solo per quello che ha fatto vedere sui campi di calcio. Vere magie che hanno permesso al Napoli (al Napoli!!!) di vincere due scudetti e una Coppa Uefa. Che hanno permesso alla squadra azzurra e quindi ad una città intera di essere prima in classifica, sopra Milan e Juventus. Che ha reso realtà il sogno di un Paese intero, quando ai Mondiali di Messico ’86 ha seminato il panico tra gli avversari fino ad alzare la Coppa del Mondo.

‘D10S’ ha vinto il trofeo più ambito da un calciatore, spezzando l’Inghilterra che in quegli anni era in guerra con l’Argentina, per la contesa delle Isole Falkland. Capirete quanto il significato della ‘Mano di Dio’ e di quella serpentina (che ancora oggi resta il gol più bello mai segnato della storia di questo sport) che ha steso gli inglesi, vada al di là di una semplice partita di calcio. Prima la ‘cazzimma’ (termine napoletano per definire la furbizia allo stato puro), poi il genio e il talento.

Questo era Diego, quello amato dai compagni e dagli avversari. Quello che dava tutto in campo, quello che andò a fare visita ai giovani detenuti dell’Istituto Filangieri senza che la stampa lo sapesse. Quello capace di identificarsi con un popolo. Proprio lui, nato in povertà e che ha dovuto mantenere un’intera famiglia cresciuta in una delle periferie più degradate di Buenos Aires. Poi c’era Maradona.

Quello delle serate fino all’alba, quello della cocaina e delle amicizie sbagliate. Quello dei gestacci, delle aggressioni ai giornalisti, delle dichiarazioni infuocate. Quello dei tanti figli in giro per il mondo, quello che ha interrotto i rapporti con le sue prime due figlie. Quello che ha distrutto se stesso fino quasi alla morte.

Bisogna però riconoscere che una personalità come Diego Armando Maradona non poteva non attirare moltissimi sciacalli. Uno come lui, e non era ancora l’epoca dei social, più che dai difensori avversari era ‘marcato a uomo’ da giornalisti, tifosi, impresari, dirigenti e procuratori. Non è un mistero che dopo Italia ’90 e ad Usa ’94 ci siano stati due ‘complotti’ contro di lui. La verità e che ‘El Pibe de Oro’ è sempre stato un uomo. Smetteva di esserlo quando aveva il pallone tra i piedi. Ma fuori dal campo era come tutti noi: una persona con i suoi pregi e i suoi difetti, i suoi punti di forza e le sue debolezze.

Nessuno nella storia, che sia ancora in vita, ha mai assunto quest’aurea di mito e leggenda. Prima di intraprendere una carriera da allenatore ‘alla Maradona’, Diego è stato anti-imperialista e anti-capitalista. Ha spesso guidato le propagande politiche dei principali leader del Sud America contro gli Usa. Così come da calciatore lo ha fatto contro la Fifa. A suo modo, anche estremo e ideologizzato, ‘D10S’ è sempre stato dalla parte dei deboli. Forse per questo motivo è così amato in modo trasversale.

Maradona è un caso di studio, non solo sportivo, ma anche sociale, politico e persino antropologico. Non posso che augurargli ogni bene. Quella serenità che tante volte gli è mancata. Ti giudicherò per quello che ha fatto sul campo, per le tue punizioni e i tuoi assist. E anche se può essere triste associare le soddisfazioni di un popolo al solo calcio, ti ricorderò per tutto quello che hai fatto per Napoli, la mia adorata città.

Vi avevo avvisato all’inizio, sono napoletano e di parte. Ma al cuore non si comanda. Buon compleanno campione!

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Andrea Aversa

Giornalista pubblicista e curatore delle sezioni “Esteri” ed “Economia”